L’agricoltura potrebbe essere il mestiere del futuro, anche se è l’umanità la pratica fin dal neolitico.

Da un lato, quello della domanda, cioè di quello che comprano o comprerebbero i consumatori se lo trovassero, osserviamo una maggiore attenzione a prodotti alimentari di qualità, chilometro zero, biologico, ecc. L’origine dei prodotti è diventata una sorta di marchio di fabbrica (persino il fruttivendolo bengalese da cui faccio la spesa si premura di dirmi se le arance che sto comprando provengono dalla Sicilia o da qualche altra parte del mondo!).

Sull’altro fronte, quello della disponibilità di terreni agricoli, la Liguria presenta una situazione interessante: vi sono aree della regione in cui, soprattutto a causa dello spopolamento dell’entroterra, terreni coltivabili sono disponibili in gran numero e gli stessi proprietari favorevoli a studiare formule reciprocamente vantaggiose per concederli in usufrutto.

Certo, il mestiere del contadino è faticoso, ma è a contatto con la natura, lontano dallo stress del vivere e lavorare in città. Anche se richiede sacrifici ed è soggetto a ritmi dettati dalla natura, se praticato con giudizio può dare risultati interessanti anche dal punto di vista economico. Inoltre, coltivare la terra, preservare la montagna, restaurare le fasce, ha un impatto assi favorevole nel combattere il degrado ambientale e prevenire il dissesto idrogeologico perché contribuisce a ripristinare equilibri delicati che il non uso ha compromesso.

La Regione può fare molto, e deve farlo, i fondi disponibili ci sono (vengono dall’Europa) e sono in attesa di essere erogati sulla base di proposte precise e concrete.

Altre informazioni su come la penso in proposito sono disponibili sul mio blog.