Stavo, come al solito, leggendo sull’autobus quando venni distratto da alcune frasi proferite da una signora seduta esattamente dietro di me. In particolare, mi colpì molto l’uso creativo dei verbi. Disse infatti alla vicina, non so riferendosi a cosa: “Se lui potrebbe, anch’io potrebbi”. A questo punto mi misi, discretamente, in ascolto.

Arrivati in prossimità del capolinea, là dove la strada si restringe e inizia un caos di parcheggi, con auto che fanno manovra, veicoli merci che scaricano, l’autobus ovviamente rallentò fino a fermarsi. Ed ecco che l’ineffabile signora, sempre rivolta alla sua vicina, proferì quella che per lei era una verità assoluta: “Anche gli autisti dei bus sono statali…”. Come se l’autista di una linea privata, con sapiente slalom, avrebbe potuto accelerare il tempo di percorrenza del mezzo.

Ma alcune riflessioni si impongono. Anni di martellamento televisivo sui “fannulloni” hanno impiantato (uso questo brutto termine deliberatamente) nella mente degli spettatori più sprovveduti dal punto di vista della capacità critica il concetto che essere dipendenti pubblici sia di per sé una condizione di incapacità a svolgere il proprio lavoro e di mancanza di voglia di fare. Lasciamo perdere il fatto che gli autisti degli autobus siano dipendenti di una municipalizzata e che quindi tutto siano tranne che statali; lasciamo perdere anche la considerazione che qualche “fannullone” ci sia veramente (ma non si scherza nemmeno nelle aziende private) e concentriamo l’attenzione su alcuni altri punti.

In primo luogo, generalmente, il chirurgo che ti salva la vita è un dipendente pubblico. Le cliniche private raramente sono attrezzate per interventi di una certa importanza. Quello che si confonde, o che deliberatamente si fa vedere a conforto della tesi che “privato è bello”, è il diverso trattamento della componente alberghiera (sostanzialmente vitto e alloggio) che la struttura privata offre rispetto a quella pubblica, glissando elegantemente sul costo per il paziente. Sono statali carabinieri, polizia, vigili del fuoco, finanzieri, forze armate, capitaneria di porto. Gente che ogni tanto rischia la vita per salvare i cosiddetti “civili”, visto che fra le loro mansioni ci sono anche quelle di protezione in caso di calamità naturali. Sono dipendenti pubblici i controllori di volo (vogliamo ricordare cosa successe negli Stati Uniti quando Reagan ne licenziò un grande numero?). Sono dipendenti pubblici la maggior parte degli operatori della scuola e dell’università, cioè coloro i quali si occupano di costruire il futuro delle nuove generazioni. E così via, non ho intenzione di citare tutte le categorie.

Una volta, anche un semplice impiegato dell’anagrafe aveva un riconoscimento sociale piuttosto elevato, determinato dalla considerazione che il suo era un lavoro di precisione, utile. Mia nonna era maestra e nella cittadina in cui viveva era considerata un’autorità, una persona importante. Oggi, i maestri elementari sono carne da macello, “sfigati” che fanno quel mestiere perché non hanno trovato niente di meglio.

Il disegno politico di chi ha lanciato la campagna contro i “fannulloni” è chiaro ed è stato perseguito con decisione e grande dispiegamento di forze: la denigrazione dei dipendenti pubblici come strumento per la drastica riduzione del loro numero e per la privatizzazione di gran parte dei servizi da loro svolti. Ma, forse, questo disegno è stato anticipato da un altro piano, molto più sottile: quello di non mettere mano, o farlo soltanto per finta, alla riorganizzazione del lavoro resa necessaria dalla rivoluzione informatica. L’inefficienza del servizio è, nella stragrande maggioranza dei casi, frutto di carenze nella direzione complessiva dell’apparato, non del singolo individuo, al quale, in un contesto meglio organizzato, si potrebbero affidare altre mansioni più utili.

Credo che la politica, oggi, subito, debba mettere mano con decisione a questo problema, a partire dalla riqualificazione dell’immagine del dipendente pubblico. Ricordiamocene, quando ci sarà la prossima calamità naturale e qualcuno si sporcherà le mani per tirarci fuori dai guai.