Nel mio giro con i commercianti, parlando con una di loro – tipa tosta – sono venuto a conoscenza di un dato molto preoccupante. Questa signora ha svolto, per conto suo, una ricerca statistica e ha riscontrato che il consumo del pane (non ricordo se in Liguria o soltanto a Genova) è calato del 7% pro-capite.

Lasciando perdere l’infelice battuta che mi è scappata (- vuol dire che mangeranno più focaccia! -, quasi una parafrasi di Maria Antonietta quando, riferendosi al popolo che stava protestando per la mancanza di pane, propose di dargli delle brioches…), ha aggiunto di aver ipotizzato che fosse aumentata la produzione domestica di pane. Ha quindi verificato le vendite di farina e queste non sono aumentate.

Non sono in grado di stabilire la correttezza dei dati. Bisognerà fare ulteriori ricerche, ma il metodo applicato è corretto. A questo punto risulta realmente un calo del consumo di pane. In parte possiamo imputare questo fatto a un cambiamento negli stili di vita. È possibile, infatti, che le famiglie acquistino meno pane, ma che lo consumino meglio rispetto al passato, con meno sprechi, ma è anche possibile che il calo nel consumo sia determinato da un aumento della povertà e da una conseguente maggiore attenzione agli acquisti. O, più probabilmente, le due cose si sommano.

Comunque sia, un calo del 7% nel consumo di un bene primario, di uno dei cardini della nostra dieta, è uno sproposito. Non stiamo parlando del consumo di astici e aragoste, infatti.